Libro – 500 gocce di Garda

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Grazie alla collaborazione di appassionati collezionisti e del prof. Fabio Gaggia, in collaborazione con Mario Luciolli, ho portato a termine l’impaginazione e la progettazione grafica di questo volume. 274 pagine a colori formato 38×24 che raccoglie le riproduzioni di più di 500 cartoline storiche di inizio ‘900. Il libro è stato promosso dall’Avis Comunale di Garda e stampato da Cierre Grafica.

Cit.

L’ALBA DELLA FOTOGRAFIA

La fotografia viene ufficialmente presentata il 7 gennaio 1836 a Parigi per opera di Louis Daguerre a seguito delle ricerche condotte assieme il socio Joseph Nicéphore Niépce in quella che loro in un primo tempo chiamarono “eliografia”, cioè “disegno fatto dalla luce del sole”. La diffusione nel vecchio continente fu quasi istantanea ma la cattura delle immagini fotografiche non era alla portata di tutti.

Le prime rudimentali macchine fotografiche di legno riuscivano a produrre immagini su fogli d’argento opportunamente lavorati attraverso esposizioni alla luce di almeno 4-6 ore. Si considerava un buon risultato -per l’epoca- una foto riuscita su cinque lastre esposte. I costi non erano decisamente popolari. Le lastre inoltre dovevano essere sviluppate in un laboratorio a tenuta di luce (camera oscura) utilizzando sostanze chimiche altamente tossiche (il procedimento prevedeva l’utilizzo di vapori di mercurio, bagni di iodio e sali di cianuro solo per citarne alcuni) e non mancarono casi di avvelenamento in tutta europa a discapito di quei fotografi “fai da te” improvvisati o inesperti che non avevano attrezzatura e perizia adatti alla produzione di immagini all’argento.

L’ evoluzione tecnologica che ha da sempre accompagnato la fotografia, nel giro di qualche decennio portò alla produzione di una nuova generazione di apparecchi, con supporti più economici, efficaci e sicuri: è l’era del collodio e delle lastre di vetro. le macchine fotografiche divennero più leggere, l’alogenuro d’argento spalmato sulle lastre di vetro reagiva in modo molto più efficace delle lastre di argento massiccio ed i tempi di esposizione per ottenere una fotografia leggibile si abbassarono da qualche ora ad una manciata di minuti. Anche le possibilità di riuscita delle lastre aumentò sensibilmente. La preparazione e lo sviluppo dei fotogrammi era completamente a carico del fotografo, il che significava che ogni autore aveva una propria personale “ricetta” per la produzione delle immagini. Questo sistema di ripresa fotografica conobbe un’enorme diffusione dal 1880 al 1930 circa fino a quando non fu soppiantato dal celluloide prima e dalla pellicola fotografica poi. 

Gran parte delle immagini delle cartoline di inizio ‘900 fu prodotta con apparecchi fotografici attrezzati con lastre di vetro che avevano il vantaggio di poter essere utilizzati in  ambito tipografico per l’inserimento di immagini a fianco dei testi con l’indubbio vantaggio di poter essere replicate in un numero teoricamente illimitato di copie.

Dell’enorme materiale prodotto in quest’epoca sono sopravvissuti ben pochi esemplari: al termine della stampa, le lastre di vetro venivano raschiate proprio dai loro stessi autori per poter essere riutilizzate per altri scatti. 

Il processo di produzione delle immagini fotografiche era completamente artigianale e l’operatore si occupava di ogni aspetto: dalla scelta del momento opportuno in cui effettuare la ripresa (risale alla fine dell’ottocento il detto che le foto migliori siano quelle scattate un’ora dopo l’alba ed un’ora prima del tramonto) alla preparazione delle lastre fotosensibili fino al loro sviluppo ed alla stampa. Proprio questa era la fase in cui il fotografo poteva applicare la massima personalizzazione: questo è il momento in cui possono essere effettuati (foto)ritocchi con chine e pennelli e in cui vediamo i primi esperimenti per la produzione di immagini a colori, anche se ancora lontane da quelle che intendiamo oggi.

Lo sviluppo delle lastre contenenti alogenuro d’argento poteva essere combinato con altre sostanze che causavano viraggi cromatici. Troviamo così la ferrotipìa (viraggio al rosso causata dall’immissione nella soluzione di ossido di ferro), l’ambrotipìa (viraggio verso il color ambra: è il famoso “effetto seppia”) e la cianotipìa (viraggio verso il blu grazie ai sali di cianuro). Alcune delle immagini pubblicate sulle cartoline di quell’epoca sono state prodotte utilizzando appunto queste tecniche di viraggio selettivo e rappresentano dei piccoli capolavori della storia dell’immagine (Es. Tavola 27 in cui sono visibili i tre tipi di viraggio).

Già a inizio ‘900 sono state affinate tecniche tipografiche per la colorazione delle immagini (tramite retini oltre che con l’intervento manuale con pennelli ed inchiostri) e non di rado ci troviamo davanti a cartoline che in epoche successive hanno viaggiato nel nostro Paese in bianco e nero prima e a colori poi (Es. Tavola 192).

L’evoluzione della tecnica fotografica ha portato necessariamente ad un’evoluzione del linguaggio visivo e di conseguenza anche allo stile delle immagini riprodotte sulle cartoline sulle quali il colore era sempre più presente. A volte le immagini venivano pesantemente ritoccate: in questo caso non abbiamo più a che fare con fotografie ma con illustrazioni fotografiche molto più appariscenti alla vista ma il cui valore culturale era considerato più basso rispetto alle foto d’epoca precedente. Da considerare anche il fatto che negli anni ’20 la produzione di una buona immagine poteva impegnare anche una settimana di lavoro da parte del fotografo, mentre le illustrazioni fotografiche degli anni ’50 potevano essere prodotte “in giornata”.

-Andrea Modena-

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